Arturo Graf.
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La leggenda dell'amore.
Conferenza tenuta a Torino nel febbraio del 1881.
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1881. ERMANNO LOESCHER Editore, TORINO.
ROMA e FIRENZE presso la stessa Casa.
in Torino presso VINCENZO BONA, Tipografia di Sua Maest.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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LA LEGGENDA DELL'AMORE.
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Signori,
In ogni tempo gli uomini ebbero l'amore in conto di potenza fantasiosa ed arcana, nemica della regola e della legge, ribelle al pensiero che la scruta, quando graziosa e benefica, quando tremenda ed esiziale, sempre disordinata e indisciplinabile. Se volete essere edificati su questo punto aprite i volumi dei poeti, aprite le raccolte dei proverbii di tutte le nazioni del mondo: i poeti, mostrando una concordia di sentimenti e di giudizii che non , di solito, nel loro costume, vi diranno che l'amore  il massimo problema della nostra natura, e nelle raccolte dei proverbii troverete, circa s fatto problema, filze interminabili di massime, di consigli e di ammonimenti non meno sensati che inutili. Nel Corpus Juris (Nov. 74,4)  detto nulla essere pi veemente della passione d'amore, e non aversi contr'essa altro rimedio che la perfetta filosofia. In quale angolo dell'orbe terraqueo, o in quale inesplorato recesso degli spazii celesti si trovi la perfetta filosofia io non so; ma ben so che a dispetto di quanti filosofi furono, sono e saranno, l'amore continuer a fare l'usato suo giuoco e a correr per sue le terre ed i mari. Disse gi l'antico poeta, e noi continueremo a dire con lui, che l'amore  il tiranno degli uomini e degli dei. Ponete mente ai suoi procedimenti, quanto sono fantastici e strani. Non si sa come giunga, non si sa come si parta, il pi delle volte non si sa di che viva; ed  proprio vero che spesso vive di nulla, o d'aria fresca, come si favoleggiava del camaleonte, Lo credete lontano ed egli v' gi nel cuore; credete d'averlo nel cuore, ed egli  a mille miglia da voi. Non porta rispetto a nessuno: assalta i giovani, assalta i vecchi, sovverte i propositi, rompe i convincimenti, travolge i pensieri, si fa beffe d'ogni ostacolo e d'ogni ritegno. Egli  credulo e sospettoso al tempo stesso, caritativo e crudele, astuto e sciocco, dorme quando dovrebbe vegliare, ride quando dovrebbe piangere, muta gli eroi in poltroni e i poltroni in eroi. Il genio  un suo vassallo, e la pazzia  una sua prossima parente: il suo sistema di governo  l'anarchia. E per questo il buon cavalier Marino che, con varia fortuna, aveva lungamente militato sotto le sue bandiere, non sapendo pi che diavol dire di questa saetta di ragazzo, scapp fuori con quella cannonata in due versi:

Di discordie concordi abisso eterno.
Paradiso infernal, celeste inferno!

Gli antichi mitografi, vedendo questa confusione, non seppero pi che pesci si pigliare, e chi disse Amore figlio di Venere e di Vulcano, chi di Venere e di Giove, e qualcuno vi fu che lo disse nato di Zeffiro e Iride, e qualche altro che afferm non aver egli avuto padre, ma solamente madre, mentre alcuno pi prudente, per levarsi d'impaccio disse i genitori di lui non essere conosciuti.
Voi tutti avete a mente il mito di Amore e Psiche, rinarrato da tanti poeti, figurato da tanti pittori e tanti scultori, messo fin sulle scene, fra quanti ce n'ha tramandati la immaginosa antichit leggiadrissimo e significantissimo; e ricorderete, senza dubbio, come fra gl'insegnamenti varii che se ne possono trarre siavi anche questo: Amore non vuol essere conosciuto, Amore  mistero. Ora, dove  l'ombra del mistero quivi si sbriglia la fantasia, si colorano ai raggi di un lume interiore le figurate finzioni, la leggenda frondeggia e s'infiora. Qual maraviglia se alla corona di rose che, per antica usanza, Amore si avvolge alle tempie, noi troviamo intrecciati i fiori delle poetiche immaginazioni, e se nel dolce crepuscolo di cui egli tanto si compiace ci balenano incontro i fulgori de' sogni immortali dell'anima nostra?
Tutte le mitologie hanno con varia rappresentazione, e con vario accompagnamento di simboli, divinizzato l'amore; ma di quante figure mai la umana fantasia ebbe create a tal uopo nessuna ve n'ha che per vaghezza e splendore possa paragonarsi a quella di Venere, di Venere divumque hominumque voluptas, alla cui potest, secondo che disse il vecchio Omero, tutto quanto vive  soggetto, di Venere blanda, ignea, ridente, formosa, venusta, o come altrimenti l'ebbe a chiamare l'entusiasmo poetico, di Venere che opportunamente si finse, in una delle forme del mito, nata dalla spuma del mare, quasi per fare intendere che l'amore  profondo come il mare e fugace come la spuma.
Non  proposito mio di entrare a discorrere dei varii miti di cui la fantasia degli antichi popoli venne sottilmente arabescando il mistero d'amore, studio troppo esteso e troppo arduo, perch a me possa cadere in animo di affrontarlo in tanta strettezza di tempo: ma solo voglio prendere le mosse dalla mitologia classica per venire a discorrervi anzi tutto di due fra le pi curiose leggende che il fantastico medio evo abbia recato alla luce.
Quando il politeismo greco-romano fu, dopo una lotta piena di varie peripezie, vinto dal cristianesimo, l'una dopo l'altra le antiche divinit sparirono, prima dagli altari dove pubblicamente si veneravano, poi, mano mano, dalla memoria stessa degli adoratori, o bene o male convertiti ad altra fede. Una delle ultime a sparire fu Venere. Venere aveva ardito di sovrapporre un suo tempio al sacro monte dove si era compiuta la passione di Cristo, tempio distrutto poi, secondo si narra, per ordine di Sant'Elena madre di Costantino Magno. Nel VII secolo, quando della grandezza di Roma pagana non sopravvanzava pi che una confusa reminiscenza, il culto della dea fioriva ancora in Gallia, e, certo, anche in altre province dell'antico impero. Cessato il culto pubblico, dovette sorvivere ad esso una specie di culto privato che, a poco a poco, degener in vaga e superstiziosa credenza; onde avvenne che sino nel colmo dei tempi di mezzo si mantenne la memoria di lei; non una memoria fittizia e scolastica, qual si fu quella in cui, a far principio dal Rinascimento. si ravvivarono e ringiovanirono i fantasmi di tutti gli antichi numi, ma una memoria vera e spontanea, che si muove nella coscienza del popolo e vi genera la leggenda. Se non che, essendo il mondo come mutato di pianta, e come trasformato lo spirito, voi vi trovate dinnanzi, non pi una memoria serena ed amabile, quale si sarebbe convenuta alla madre gioconda degli amori, ma una memoria inquieta e paurosa, quale si conveniva oramai a colei che la nuova religione aveva, gi da gran tempo, precipitata dal suo seggio di gloria. Venere ha patito la sorte di tutti gli altri dei, Venere s' trasformata in demonio; ma nel demonio che la nuova fede ha dannato agli abissi, e che reca in fronte il marchio della riprovazione, voi riconoscete ancora l'antica bellezza, e ritrovate il fascino delle seduzioni irresistibili.
Molti fra voi avranno assistito alla rappresentazione di un'opera in musica ch' fra le pi celebri di Riccardo Wagner, intendo dire il Tannhuser. La prima delle due leggende di cui intendo parlarvi ne forma appunto il soggetto, e per non sar mestieri ch'io vi spenda molte parole d'attorno.
In un monte della selvosa Turingia, il quale, da tempo immemorabile, si distingue col nome di Hrselberg, s'apre in luogo precipitoso ed impervio una profonda caverna, dalla cui bocca, forse per moti incomposti d'acque sotterranee, prorompono strani e formidabili fragori. Per questa ragione, appo gli scrittori latini dei passati secoli, il monte si trova indicato col nome di Mons horrisonus; e forse risale a remotissima antichit la popolare credenza, tuttora viva ed operosa che fa di quella bocca uno spiracolo dell'inferno.
Ecco in breve il racconto della leggenda.
Un nobile cavaliere di Franconia, per nome Tannhuser, vassallo d'amore, e trovatore lodato di rime, passava una volta davanti all'Hrselberg, quando, in sulla entrata della misteriosa caverna vide una donna d'incomparabile bellezza, che con voce ammaliante e atti di seduzione lo invitava a s. Altri non era costei che la stessa Venere, Frau Venus. Chi le avrebbe potuto resistere? A dispetto degli avvertimenti della coscienza Tannhuser, attonito, affascinato, segue i passi dell'innamorato demone e con esso discende nelle viscere della terra. Quivi lo attende una vita di gaudii ineffabili, quante squisitezze sa immaginare l'amore sollecito, quanti portenti sa compiere un'arte a cui gli elementi obbediscono. Non trov tante dolci lascivie Ercole alla corte d'Onfale, n Ulisse nell'incantata isola di Calipso; Venere dimentica il pianto Adone. Ma passan pi mesi,  trascorso un anno. Tannhuser, dalla cui mente cominciano a dileguarsi i vapori della lunga ebbrezza, pensa al suo errore, sente le crescenti punture del rimorso e il terrore della eterna dannazione, ridesidera la compagnia de' suoi simili, sospira a' suoi boschi, al cielo libero e azzurro, alla vita errabonda. Con l'ajuto della Vergine Maria, da lui invocata, riesce a fuggire dalla perigliosa dimora, e, messosi in via, a quanti preti incontra si confessa e chiede assoluzione. Ma tutti, spaventati della immanit della colpa, lo rimandano al papa, che ha la suprema potest di sciogliere e di legare. Tannhuser va a Roma, si getta ai piedi di papa Urbano quarto, implora perdono e benedizione: ma il papa, tradendo il suo officio. duramente lo respinge dicendogli: "Quando questa arida verga ch'io ho tra le mani rinverdir e fiorir allora ti assolver del tuo peccato". Tannhuser, come la disperazione lo consiglia, rinunzia alla incominciata penitenza, e ritorna alla sua caverna, a Venere, a' suoi esecrabili amori. Intanto, per subitaneo miracolo, fiorisce la verga tra le mani del papa, che, atterrito e pentito, manda i suoi messi intorno per la cristianit a cercar novella del peccatore; ma troppo tardo giunge il rimedio; Tannhuser  dato per tutti i secoli in potest di Venere.
Il caso mirabile si suppone seguito circa l'anno 1260, nel bel mezzo della Germania fatta gi da pi secoli cristiana. Divulgato prima, e con pertinace memoria, dalla poesia popolare, fu rinarrato da un secolo in qua, con molta variet di sentimenti e d'intenzione, da alcuno dei maggiori poeti tedeschi, fra gli altri dal romantico Tieck, e da quel Heine il cui temperamento poetico non si pu con un solo epiteto definire. Sebbene un Monte di Venere fosse anche in Italia, ricordato da Teofrasto Paracelso e da Enea Silvio Piccolomini, illustrato ultimamente dal Reumont, pur-tuttavia la leggenda di Tannhuser  tedesca in ogni sua parte. Non discuto se Venere sia qui, o non sia, confusa con alcuna divinit germanica; mi basta di far notare che in Germania il nome di Venus entr spesso a far parte di nomi di luoghi, e serv anche come cognome di famiglia, e che alla leggenda di Tannhuser, pi altre se ne potrebbero far seguire nelle quali Venere riapparisce bella di tutta la sua divina bellezza, e, come ai tempi della sua maggior gloria, pronta ad accendersi di quelle fiamme che, col solo mostrarsi, va suscitando in altrui.
Ma facciamoci indietro di dugent'anni e vediamo come Venere affermasse la sua potenza e il suo impero nella stessa metropoli della cristianit, in quella medesima citt di Roma, dove un Giulio Cesare e un Ottaviano Augusto avevan reso popolare il suo culto.
Eccoci giunti alla seconda leggenda, ed io ve la narro traducendo il testo latino del pi antico storico che ne faccia ricordo, Guglielmo di Mal-mesbury, morto nell'anno di grazia 1141.
Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotta moglie, invit gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini pi spiritosi l'ilarit, escono in un prato desiderosi di alleggerire danzando, o sbalestrando, o altrimenti esercitando il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, lo appose al dito steso di una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poich tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, affannato ed acceso si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere l'anello trov piegato sopra la palma della mano il dito della statua. Avendo quivi penato un pezzo senza potere, n strappare l'anello, n frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinch, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne part. Tornatovi poscia con alcuni suoi famigliari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddrizzato il dito e tolto l'anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasci dalle carezze della sposa rasserenare, e, giunta l'ora di coricarsi, si adagi a canto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sent alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra s e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso, ud una voce che diceva: Giaciti meco, dacch oggi pure tu m'hai sposata; io sono Venere al cui dito hai apposto l'anello; io l'ho in poter mio, e nol render. Spaventato da tanto prodigio, nulla os, nulla pot rispondere il giovane, e pass insonne l'intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo, e del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Finalmente, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano, per nome Palumbo. Aveva costui virt di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e incutere terrore nei demonii, con farli servire a quale officio pi gli fosse piaciuto. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempiergli d'oro la borsa quand'egli fosse riuscito a congiungere i due amanti, fece il supremo dell'arte sua, e composta una epistola, diedela al giovane dicendo: Va alla tale ora di notte al crocicchio dove la via si divide in quattro, e poni mente a ci che tu vedrai. Passeranno di col molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni et, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte china alla terra, quali col ciglio superbamente levato, e quante sono insomma le forme e le sembianze dell'allegrezza e della tristezza tutte le potrai vedere espresse nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quand'anche esse favellassero a te. Seguir quella turba uno di maggiore statura degli altri e pi corpulento, sedente in un carro: a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente sar adempiuto il tuo desiderio, purch tu faccia tanto d'essere d'animo risoluto. Il giovine si avvia, come gli era stato prescritto, e, stando la notte a ciel sereno, sperimenta la verit di quanto avevagli detto il prete, che nulla non manc alle promesse. Fra gli altri che di l passavano vide sopra una mula una donna vestita a uso di meretrice, sparsi i capelli gi per le spalle, e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva in mano una verga d'oro, con cui governava la cavalcatura, e per la tenuit delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi. Che pi? L'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di perle, chiede la causa del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porge la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, legge lo scritto, e tosto, levate le braccia al cielo. Dio onnipotente, esclama, insino a quando soffrirai tu la iniquit di Palumbo? E senza frapporre tempo mand due de' suoi satelliti perch ritogliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Cos il giovane, venuto a capo del suo desiderio, pot godere finalmente del sospirato amore; ma Palumbo, come ebbe udita la lagnanza che di lui il demonio aveva mosso a Dio, intese essere prossima la sua fine; per la qual cosa, fattisi, di suo arbitrio, troncar tutti i membri, mor con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue scelleraggini.
Guglielmo conchiude la sua narrazione dicendo come ancora, al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri raccontassero tale storia ai figliuoli, affinch ne fosse tramandata ai posteri la memoria; e, sebbene non indichi il tempo in cui s'avrebbe da supporre avvenuto il fatto, pure sembra si possa accordare con un altro cronista, di quasi due secoli posteriore, Matteo di Westminster, che lo pone ai tempi del papa Stefano IX o X che si voglia dire, cio circa l'anno 1058.
Questa leggenda potrebbe porgere argomento a parecchie considerazioni curiose, ma io non mi induger a farle, n tampoco m'induger a ricercare per qual ragione i cronisti che la narrano sieno inglesi, francesi, tedeschi, e non mai italiani, mentre italiana  la scena e italiani sono i personaggi che vi si rappresentano. Non tacer tuttavia che un'altra leggenda molto simile a questa, ma pi divulgata assai, conobbe il medio evo, nella quale, con immaginazione troppo pi strana che edificante, il luogo di Venere  usurpato dalla Vergine Maria.

Andiam, ch la via lunga ne sospigne.

Il Goethe, che se ne intendeva, disse che l'amore  la felicit senza la quiete: se non temessi di cascare in un paradosso, io aggiungerei che l'amore  la felicit senza la contentezza. In fatto, accade qualchevolta che non vi sia al mondo uomo meno contento di un amante felice. L'amore non  mai pago di ci che ha, e non ha mai ci che sogna; il che  causa sovente ch'esso uccida se stesso. Se c' una verit in psicologia parmi sia questa, che, di sua natura, l'amore tende all'infinito. Or ecco perch, da tempi immemorabili, l'umana fantasia sogn amori soprannaturali, e connubii maravigliosi di mortali con immortali. Il Genesi ci racconta gli amori degli angeli con le figlie degli uomini, soggetto che inspir due grandi poeti di questo secolo, il Moore ed il Byron. La poesia greca e latina ribocca degli amori terrestri degli olimpici, e voi sapete che, senza gli amori di Venere e di Anchise, Roma non sarebbe mai stata al mondo. Se veniamo al medio evo vedremo spesso le fate accogliere volenterose gli omaggi di qualche bel cavaliere, e non rifuggire nemmeno dal legittimo matrimonio. Se veniamo ai tempi nostri vedremo gli amanti appuntare le voglie e l'intendimento in qualche chimera di dote strabocchevole, con manifesta tendenza all'infinito.
Le due leggende di Venere, delle quali io ho parlato test, appartengono, per certo rispetto, ancor esse alla classe d'immaginazioni su cui pi particolarmente ora voglio fermare la vostra attenzione, giacch vi si trova appunto rappresentato un amore che eccede il costume ed i termini del mondo umano, un amore fra esseri di diversa natura. Ma in questa parte  copiosa la messe, e con molti esempii io potrei svolgere ed illustrare il mio tema. Lasciate che delle molte storie autentiche io adduca solo quella di Melusina, che si trova narrata e certificata da due dozzine di scrittori almeno.
Un giovane cavaliere, per nome Raimondo, ha la disgrazia di uccidere involontariamente, alla caccia, il Conte Emmerico di Poitou, suo benefattore ed amico. Disperato, si d a fuggire col cavallo per la foresta tanto che giunge in un pratello sgombro, nel cui mezzo zampilla una fonte. Presso alla fonte si stanno tre fanciulle di maravigliosa bellezza, ornate di splendide vesti, coi capelli d'oro spiovuti gi per le spalle. A quella vista Raimondo si ferma come incantato: una delle tre fanciulle gli si accosta e gli chiede la cagione del turbamento che addimostra nel viso. Raimondo le racconta la sventura occorsagli, ed ella lo esorta a far ritorno a Poitiers, dove nessun sospetto cadr sopra di lui. Preso subitamente di vivissimo amore, il giovane segue a discorrere con lei, e tanto dice che, prima di separarsene, le fa promettere di volere esser sua. La fanciulla  una potentissima fata dell'acqua e si chiama Melusina: al suo consenso essa pone questa condizione soltanto, che il sabato di ciascuna settimana le sia permesso di starsene rinchiusa nelle sue stanze, con divieto ad ognuno, ed allo stesso Raimondo, d'entrarvi. La condizione accettata e reiterate le promesse, Raimondo se ne torna a Poitiers, e tutto procede com'era stato dalla fata annunziato. Trascorso alcun tempo, si celebrano con gran pompa le nozze in un castello magnifico fabbricato per arte magica, e Melusina raccomanda al suo sposo di non dimenticare la condizione posta da lei, se vuole che duri la unione e la felicit loro. In progresso di tempo nascono molti figliuoli, i quali tutti hanno nella loro persona alcunch di mostruoso: ma ci non iscema punto l'amor di Raimondo per essi, il quale gode perfetta felicit sino ad un giorno che, mosso da inopportuna gelosia, dimenticate tutte le sue promesse, entra nelle stanze della moglie per conoscere il secreto delle sue reclusioni. Guardando per la toppa della serratura vede Melusina in un bagno, trasformata in pesce la parte inferiore del corpo. Pentito della sua curiosit, Raimondo si ritrae in silenzio, piena l'anima di amarissima angoscia; ma non molto tempo dopo Melusina viene a scoprire il fatto. Allora, piangendo, ella abbraccia per l'ultima volta l'uomo che ha tanto amato, e sparisce lasciando impressa in terra l'orma del proprio piede. La celebre famiglia dei Lusignano trae la origine dalle nozze di Raimondo e di Melusina.
A questa leggenda se ne potrebbero accostare molt'altre nelle quali un conjuge pone all'altro alcuna condizione simile a quella da Melusina posta a Raimondo. Io ricorder di passata quella del Cavaliere del Cigno, la quale diede argomento a parecchi romanzi del medio evo, e a qualche modernissima ballata.
L'amore non ha solamente tendenza all'infinito, ma ha ancora, almeno qualchevolta, tendenza all'eterno, tanto  vero, che il primo giuramento che rcambian gli amanti si  d'amarsi per l'eternit; Come e perch l'eternit si riduca, nella massima parte dei casi, a giro di pochi mesi, o anche di pochi giorni, non  compito mio d'indagare; certo si  che la fantasia popolare, e quella ancor dei poeti letterati, hanno colto questo aspetto nella passione d'amore e l'hanno significato nella leggenda.
Anche qui sovrabbondan gli esempii.
In una leggenda veneziana riferita dal Bernoni, si narra la storia di un giovane e di una fanciulla che s'erano giurati fedelt in vita e in morte. Il giovane rimane ucciso in una rissa, per isbaglio, ma l'anima sua, fedele ai pronunziati giuramenti, torna ai consueti colloquii. La fanciulla, che non sa niente, si consuma a poco a poco sotto gl'influssi mortali e l'attrazione misteriosa di questo amor d'oltretomba. Il padre di lei, penetrato l'arcano, ricorre per ajuto ad un prete, il quale, con acconci esorcismi, riesce a distruggere la forza del giuramento.
Chi non conosce la Leonora del Brger, la vergine innamorata, che, non si potendo dar pace della morte del suo diletto, tanto piange, tanto si strugge, tanto imperversa contro Dio e contro se stessa che sforza in certo qual modo colui a tornare dal regno dei morti e rapirla? Il tema di questa leggenda, fatta immortale dal Brger,  popolare, assai antico e diffuso in lutto il settentrione di Eropa.
Qualche volta, per figurare questo perpetuarsi dell'amore nella morte la leggenda ricorse al simbolo. Due giovani amanti son morti, disgiunti dal caso o dalla malvagit degli uomini; ma le lor tombe sorgono, ultimo conforto, in un luogo medesimo, l'una accanto dell'altra; ed ecco fuori da esse sorgono due viti, o due sarmenti d'edera, o d'altra pianta che, in significazione dell'indissolubile vincolo dell'amore, s'intrecciano e si sposano insieme. Nel vecchio romanzo francese di Tristano si racconta che fuor della tomba di questo specchio della cavalleria usc un rovo che, salendo per la volta della cappella e ridiscendendo lungo la opposta parete penetr nella tomba della regina Isotta. Gli amori illegittimi di Tristano e d'Isotta, al par di quelli di Lanciotto e di Ginevra soncelebri nelle storie romanzesche del medio evo; e la poesia li ha ingenuamente coronati dei fiori suoi pi odorosi, e cinti delle pi delicate sue seduzioni. Il re Marco che, come marito e come re, non poteva aver buon sangue co' due poveri innamorati, fece per ben tre volte recidere la pianta: ma poco gli valse, perch questa fu sempre ritrovata il d successivo cos intera e rigogliosa com'era stata il d innanzi.
Ma qualche volta questi amori che sfidano il tempo e la morte hanno, nella leggenda, origine soprannaturale, come ce ne mostra un esempio la storia seguente narrata da parecchi e di cui l'eroe  nientemeno che l'imperatore Carlomagno. Francesco Petrarca, che l'aveva udita da certi preti a Colonia, cos la racconta in una delle sue lettere famigliari. Carlomagno era s fattamente perduto nell'amore di certa donna di umile condizione che delle cose dello Stato non si dava pi nessun pensiero. Avvenne che ella mor; ma non per questo si distolse l'imperatore dell'amor suo, che anzi, come l'aveva amata viva, cos continu ad amarla morta, e non volle che si seppellisse, e il cadavere si teneva sempre vicino nella sua stanza. Il vescovo di Colonia, mosso da un avvertimento del cielo, approfitta di una breve assenza dell'imperatore, esamina il cadavere e gli scopre sotto la lingua un anello d'oro in cui era incastonata una gemma. Era questo un potente talismano che legava, per virt di magia, l'animo dell'imperatore. Il vescovo, toltolo seco, si parte, senza dubitar dell'effetto. Incontanente Carlomagno si disamora della donna morta e s'invaghisce perdutamente del buon prelato, che non pu fare un passo senza avere ai panni il pi importuno degli amanti. Era, ne converrete, un brutto impiccio. Venutagli a noja la briga, il vescovo getta l'anello in un lago presso ad Aquisgrana; Carlomagno s'innamora del lago, ferma la sua dimora in Aquisgrana, e vuole che quivi siano incoronati tutti i suoi successori. Il Petrarca aggiunge di aver udito narrare altre favole che, parendogli indegne di fede, non vuole ripetere.
Permettetemi di riferirvi, per amore di analogia, una saporita storiella che trovo narrata in un vecchio libro tedesco, lo Schernevole e il Serio, di frate Paolo.
Un frate dell'ordine dei mendicanti s'era invaghito di una giovane fanciulla in una piccola citt dell'Alsazia. Per venire a capo del suo desiderio prepara una mela conforme a certa ricetta amatoria, poi se ne va verso la casa della fanciulla. e vedendo costei seduta in sull'uscio, la saluta e le presenta il pomo. La fanciulla l'accetta; egli, credendosi d'aver fatto il colpo, se ne va a suo cammino. Ma la madre, veduto il pomo, chiede alla figliuola da chi l'abbia avuto, e questa le dice che il buon servo di Dio glielo ha dato. La madre non ci mette su n sal n olio, chiappa la mela, e fuor della porta la butta in istrada. Passava in quella appunto un animale quadrupede di sesso femminile, come a dire la moglie di quella cara bestiola che Sant'Antonio si traeva dietro, e, scorta la mela, vi di del grifo e non ne f che un boccone. Le magiche droghe producono immediatamente l'effetto; la povera bestia, come invasata, arde, smania, impazza d'amore, cerca per tutto il suo frate, e trovatolo, non gli si spicca pi dalla tonaca, e lo perseguita senza requie con le dimostrazioni della pi incomposta passione. Non istent tanto a liberarsi di Didone Enea quanto il dabben frate della non cercata amante.
La leggenda spia e segue l'amore in tutte le innumerevoli sue digressioni, e cerca di porne in rilievo gli aspetti mutabili e varii. Vuol ella significare l'audacia con che le anime innamorate affrontano ogni periglio? ecco che la vi narra la pietosa storia d'Ero e Leandro, o quella non meno commovente di Orfeo ed Euridice, le quali, celeberrime nell'antichit, furono poi le molte volte rinarrate nel medio evo, o quella ancora di Giannetta, figlia del conte Dunbar, la quale, facendo prova di eroica intrepidezza, riesce a liberare il giovane Tamlano, prigione tra gli Elfi. Vuol ella mostrare come in amore sia onnipotente la fantasia? ecco che la vi viene innanzi con istorie maravigliose di giovani principi che s'innamorarono d'incognite belt vedute in sogno, trovate poi, dopo grandi fatiche e molti perigli, in una qualche remota regione del mondo; ecco che la vi narra la patetica avventura di quel Goffredo Rudel, trovatore di Provenza, che innamoratosi per fama delle bellezze di non so che principessa di Tripoli, passa il mare, inferma gravissimamente e giunge appena in tempo per morire fra le braccia di lei. La bella e tenera Damajanti della leggenda indiana s'innamor del re Naia per la gran lode che ne ud fare da un cigno. La storia edificante di Griselda, narrata, ma non inventata, dal nostro Boccaccio, e quella della buona Sacuntala, rappresentata nel capolavoro della drammatica indiana, non dimostrano che la perseveranza e la pazienza trionfano in amore di tutti gli ostacoli? E quante storie non si potrebbero venir ricordando le quali certificano la verit di quel verso di Dante

Amor che a nullo amato amor perdona.

espressa anche nel proverbio popolare: Amore fa amore?
Dice Omero nel libro 14 dell'Iliade che le seduzioni della dea di Pafo e di Citera fanno uscir dal cervello anche i savii, e questa non contestata verit la leggenda la dimostra in persona di due fra i pi solenni dottori che sieno stati al mondo, Aristotile e Virgilio.
Il buon Aristotile rimprover una volta ad Alessandro il Macedone, suo discepolo, la smoderata inclinazione che aveva per una sua concubina non meno accorta che bella. Un amor cos fatto, diceva il maestro filosofo al principe scolare,  indegno d'uomo sensato. Alessandro riferisce tali parole all'amante che giura di vendicarsi. Comincia un giuoco di arti antiche quanto il mondo, e pur tuttavia sempre efficaci cos come se fossero appena inventate. L'effetto non manca: Aristotile s'innamora dell'astuta lusingatrice, e s'innamora a segno da scordarsi il numero delle categorie e da non conoscere pi le forme e le figure del sillogismo. Un giorno, in un giardino, ella lo fa mettere carpone, gli monta addosso, e guidandolo come un somaro, si fa portare in giro quanto le piace, spettatore di tutta la scena il discepolo che si smacella dalle risa.
A Virgilio tocc di peggio. L'autore della Eneide, il quale, a dir della favola, era un grandissimo incantatore, s'innamor di una bella, savia ed onesta dama di Roma. Pi il buon Marone instava e pi colei si schermiva, ma finalmente, fastidita, per torsi d'impaccio, fece vista di cedere, e disse all'innamorato poeta di venire il tal giorno, alla tale ora, che avrebbe appagati i suoi desiderii. Virgilio non manca alla posta: dalla finestra di una torre la donna cala con una fune un paniere, e comincia a tirarlo su; ma tiratolo quanto le pareva conveniente annoda ad un arpione la fune e se ne va pe' fatti suoi. Il povero poeta passa la notte al fresco, sospeso tra cielo e terra, e sopravvenuta la mattina tutto il popolo di Roma corre a ridere della sua vergogna. Mi duole di non poter dire quale terribile vendetta si prendesse lo schernito amante ricordatosi alla fine di essere quel gran mago ch'egli era.
Che l'amore pi sovente ravviva, ma alcuna volta ancora intorpidisce gli animi  noto a tutti, e la leggenda, al solito, si  ingegnata di significare questa sua doppia virt vivificante e torpente. Quanti mai non si sentirono compresi di un sentimento di nuova vita il giorno in cui apersero il cuore ad alcuno affetto potente, e non credettero quasi di uscire da un lungo sonno? Ricorderete a questo proposito una delle pi leggiadre fiabe raccontate dal Perrault, La Belle au bois dormant. Una giovane principessa a cui, nell'ora del suo nascere, benigne fate hanno donato tutti i pregi della bellezza e tutte le virt dell'animo, , per imprecazione di una fata nemica, dannata a dormir cent'anni: perch ella si desti  necessario che, venuta l'ora, un principe innamorato penetri nell'asilo in cui la sollecitudine e l'amore dei parenti l'avranno riposta. Ogni cosa segue nell'ordine prestabilito. La fanciulla, venuta nel suo pi bel fiore, a dispetto d'ogni provvedimento e d'ogni cautela,  soprappresa dal minacciato letargo. I genitori la depongono sopra un letto magnifico, dentro un castello, ove  gran compagnia di damigelle e di servi, tutti, per virt d'incantesimo. immersi in profondissimo sonno. Passano anni ed anni. Muojono i genitori della fanciulla, muojono tutti i congiunti, intorno al castello  cresciuta una inestricabile selva. Giunge finalmente l'ultimo giorno del secolo: un bello e giovane principe entra a caso nella incantata dimora. Passa portici ed atrii, sale scalee, traversa lunghe fughe di sale: per tutto gente che dorme, gli uomini d'arme in sulle porte, nelle cucine i cuochi, qua e l pelle stanze fastose i cortigiani. Giunge nella pi riposta sala del castello; sopra un letto d'incomparabile ricchezza vede immobile, addormentata, una fanciulla. Vederla e innamorarsene  un punto solo. Fattosi ardito, s'approssima al letto, e sulla fronte della bella dormente depone un fervido bacio. Immediatamente se ne vede l'effetto; le pallide guance si colorano di rosa, si fa pi frequente il respiro, e la fanciulla, che dormendo cent'anni non  invecchiata di un'ora, si desta per dire al principe che ella l'ama con tutto il cuore. In quel medesimo punto si desta tutta la rimanente brigata: i cuochi dan mano ad allestire il desinare, e gli amori, nati appena, finiscono, o per dir meglio, si suggellano, come in tutte le fiabe, con un bel matrimonio. Di quanto succede pi tardi noi non dobbiamo darci pensiero. Badi peraltro chi si accinge a simili imprese di non lasciarsi fuggire l'occasione. Narra una romanza portoghese di un cavaliere che, smarritosi alla caccia in un bosco, vide sopra una quercia una fanciulla bellissima. Io sono figlia di re, disse al cavaliere la donzella, per volere delle fate relegata quass Io spazio di sett'anni e un giorno. Domani scade il termine; portami via con te. Il cavaliere non dice di no, ma vuole prima andare a chiedere consiglio ad una sua zia. Va e ritorna il d seguente. Troppo tardi: da lunge egli vede la bella fanciulla partirsene con una cavalcata di baroni. Pieno allora di rincrescimento con la propria spada si uccide.
Ma, come diceva, qualche volta l'amore anneghittisce gli animi, e li prostra in una servit vergognosa, e molto grave a scuotere. Uggiero il Danese nei giardini incantati della fata Morgana, e Ruggero in quelli di Armida, passano un tempo pi o meno lungo come profondati in un sogno. Il solenne mago Merlino, avendo insegnato alla bella amica Viviana i secreti dell'arte sua, si lascia da costei stringere nei nodi di una servit che dura quanto gli dura la vita. Egli consuma gli anni chiuso in una torre di vetro, e cos sommerso in quel fantastico amore che appena gli avanza un pensiero per rimpiangere la perduta sua libert. Enrico Heine in una sua poesia cos racconta di un antico re di Norvegia, per nome Harald Harfagar, il quale aveva innamorato di s una fata marina. Gi nel fondo dell'acque, Marald posa il capo in grembo alla fata del mare, che lo tiene prigioniero nel suo cristallino palazzo. Da dugento anni dura l'incanto: canuta la gi bionda chioma, scarno e pallido il viso, egli contempla insaziato la immortale belt di lei, e non vive e non pu morire. Ruggiscono l'acque nell'alto: talvolta egli crede udire il grido de' suoi Normanni, e fa per iscuotersi, ma la fata gli si china sopra, e baciandolo in bocca risugella l'incanto.
Voi sapete che miracoli di trasformazioni possa operare l'amore quando penetri in uno spirito atto a piegarsi a' suoi influssi.

Gran miracoli, Amor, son pure i tuoi,

diceva il povero Torquato Tasso che forse alla tirannide d'amore dovette in parte la propria pazzia. L'Ameto di messer Giovanni Boccaccio alla scuola d'amore perde la natia zoticaggine e diventa specchio di compitezza. E non dicono forse molto aggiustatamente i Francesi che l'amour donne de l'esprit aux filles?
Meno agevole  intendere che l'amore, o alcuno degli atti suoi, possa trasformare altrui nelle membra: e pure, tanta  la fede che la leggenda ha nella virt d'amore che non dubita di affermare anche questa pi portentosa efficacia e di recarne gli esempii. In parecchie cronache svizzere trovasi narrata la seguente istoria.
Un sarto di Basilea, uomo semplice e dappoco, riesce, non si sa come, a cacciarsi in certe cavit della terra pi addentro di quant'altri avesse mai fatto. Trova una porta di ferro e passa oltre: cammina per certe spelonche e giunge in un giardino maraviglioso nel mezzo del quale grandeggia uno stupendo palazzo. Ecco farglisi incontro una singolare fanciulla, dalla cintola in su quanto pi bella immaginare si possa, dalla cintola in gi serpente. La strana creatura lo guida a certo ripostiglio dov' ammassato un immenso tesoro, e racconta essere ella figlia di re, per virt della maledizione paterna mutata in quella forma; perch abbia fine la sua punizione  mestieri che un giovine casto e d'intemerato costume la baci tre volte. Chi ci compier avr lei, ridonata alla pristina forma, in isposa, e per dote il tesoro. Il buon sarto tenta l'impresa. Vincendo il naturale ribrezzo imprime due baci sul volto della fanciulla, ma al terzo gli manca l'animo e fugge. La Donna-Serpente di una delle fiabe di Carlo Gozzi fu pi venturata, giacch trovo l'eroe che seppe condur l'impresa a compimento. Del resto, tal tema di leggenda  dei pi divulgati e comuni.
Finalmente c' l'amore che perde e l'amore che salva. Dell'amore che perde sono troppi esempii nella leggenda, n giova ch'io mi trattenga a discorrerne: ricorder piuttosto, per finire con lieto auspicio questa chiacchierata, un esempio dell'amore che salva. Badate che c' di mezzo una santa: ma l'amore, quando  vero e grande, pu salvare anche senza che c'entri la santit. Traggo la sostanza del racconto da una poesia popolare tedesca.
Un cavaliere di Niderlandia era perdutamente innamorato di santa Gertrude: ma costei, tutta volta all'amor di Dio, non pensa a lui pi che tanto e va a rinchiudersi, giovane e bella, in un chiostro. Il cavaliere, che gi aveva speso inutilmente non picciola parte del suo patrimonio per procacciarsi il favor della vergine, fa allora celebrar messe in onore di lei, e quanto gli rimane dona all'ordine in cui ella  entrata. Rimasto povero, d un ultimo addio all'adorata fanciulla, e se ne va ramingo pel mondo. Una notte, in mezzo a una landa, ecco gli apparisce il demonio, che gli promette di farlo novamente ricco ove, in cambio, voglia dargli l'anima sua. Il cavaliere, pensando di poter fare nuovo onore alla dama dei suoi pensieri. accetta il partito e sottoscrive il contratto. Sette anni di tempo gli concede la scritta: egli profonde i suoi tesori senza poterli esaurire e va pei tornei atterrando cavalieri a gloria della sua dama. Giunto l'ultimo giorno del settimo anno il cavaliere si accomiata per la seconda volta da lei: "Addio, santa Gertrude, noi dobbiamo separarci. Colui ch'io non posso nominare dinnanzi a voi mi attende nella landa selvaggia". Santa Gertrude gli offre da bere: "Bevete, cavaliere: l'ausilio di San Giovanni e l'amor mio vi recheranno giovamento. Bevete, cavaliere: bench assai grave sia la vostra tristezza, io spero che ritornerete". Il cavaliere si rec il nappo alle labbra e bevve alla salute dello amor suo; bevve sino all'ultimo sorso e non lasci nel nappo una stilla. A mezzanotte il cavaliere balza a cavallo e corre a spronbattuto al ritrovo, non isperando salute. Ma, come il nemico che, prima di lui, era giunto alla posta, lo vede venire, si arretra sgomentato e dice: "Riprendetevi la scritta! non mi vi fate accosto! Io vi mando libero e franco della vostra persona. Colei alla cui salute voi avete bevuto test siede in groppa dietro a voi, sul cavallo; io non posso contrastare a lei; ella mi ha spogliato d'ogni mia potenza". Traete da voi la morale di questa gentile ed immaginosa leggenda.
E con questa morale pongo termine alla mia diceria, desiderando che voi non mi abbiate a dire, come gi fece il cardinale Ippolito d'Este a Lodovico Ariosto che gli aveva dedicato il suo poema: "Dove mai avete trovate tante.....fanfaluche?" Se c' cosa seria nel mondo, quella  l'amore: l'amore  l'anima del mondo.
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FINE.